IL MEDICO DOVREBBE ESSERE
PIU’ PAZIENTE
Il dialogo fra queste due figure è spesso
ridotto all’osso, motivo per cui cresce la sfiducia
nei confronti di chi vigila sul nostro benessere
18 secondi: questo è il tempo di cui si dispone
per poter esporre al medico la propria situazione, poi
si viene interrotti da una domanda, di norma volta a
cogliere il più velocemente possibile l’essenza
del problema, in modo da fare, altrettanto rapidamente,
diagnosi e relativa prescrizione. I medici hanno fretta.
Lo ha confermato di recente uno studio inglese, accendendo
i riflettori su un tema delicato e importante: il rapporto
medico-paziente, la cui qualità, buona o cattiva,
ha un suo peso, nel bene o nel male, sull’esito
delle cure.
Il dottore è la prima cura.
“Si deve guardare al malato e non alla malattia”:
così pensavano i medici di una volta, quelli
che curavano qualsiasi cosa, con pochi mezzi, ma molta
carica umana e un eccellente occhio clinico.
Mai abbastanza rimpianti dalla gente comune incarnano
quella figura di medico che tutti cercano e difficilmente
trovano.
Una figura a cui non si chiede solo professionalità,
ma anche partecipazione, interessamento, capacità
di far sentire che si è ascoltati e compresi.
Il medico non è infatti, e mai lo sarà,
un professionista come gli altri: a lui si affida la
salute, il bene più prezioso di tutti, che non
si può comprare a nessun prezzo.
Ed è proprio per questo che è condivisibile
l’idea, sostenuta da illustri nomi della medicina,
che la prima cura per un ammalato è il medico
stesso e, precisamente, il rapporto basto sul dialogo
che si dovrebbe instaurare con lui.
Più attenzione alla malattia
che alla persona. Dagli anni Sessanta, con
l’avvento di farmaci dall’azione “miracolosa”
e di strumenti diagnostici sempre più sofisticati
e precisi, i medici hanno imboccato la strada della
disumanizzazione.
Meno ascolto, meno disponibilità, non più
vero interesse nei confronti del malato come persona:
al centro della loro attenzione la malattia, studiata
sui libri e uguale per tutti, non il malato, con la
sua unicità, la sua fragilità, le emozioni,
le paure, importanti quanto i sintomi puramente fisici.
Il disorientamento iniziale della gente a fronte di
questo atteggiamento da robot programmati solo per attuare
specifiche competenze ma incapaci di modularle sul singolo
caso, si è andato gradualmente trasformando in
un malcontento sempre più tangibile, che oggi
trova la sua espressione più eloquente in un
fenomeno nuovo che è stato battezzato “doctor
shopping”.
Il doctor shopping. Si
tratta della prassi ormai consolidata di cambiare continuamente
medico, nel tentativo di trovare finalmente qualcuno
con uno spessore consolo professionale, ma anche umano.
La ricerca del medico “giusto” risponde
a un’esigenza di ascolto e di comprensione che
la scienza stessa conferma essere fondamentale ai fini
della guarigione.
Oggi si sa, infatti, che il tono dell’umore influisce
direttamente sulla risposta immunitaria e che, quindi,
uscire dalla studio del medico con la netta sensazione
di aver consultato un muro di ghiaccio non può
che abbattere psicologicamente, peggiorando la propria
condizione.
Ogni malato ha la sua storia.
Medicina centrata sul malato: questo dovrebbe essere
il criterio ispiratore dei medici.
Al riguardo, il Centro di ricerca sulla comunicazione
in medicina dell’università di Milano indica
come preciso compito dei medici la valutazione del “vissuto
della malattia”, cioè del modo con cui
ognuno la fronteggia anche sul piano emotivo.
Questo vissuto comprende quattro aree ben precise, comuni
a tutti i malati, ma diverse per quanto riguarda i contenuti,
perché influenzate dalla storia di ciascuno,
per sua caratteristica unica e non imprigionabile in
schemi predeterminati. Eccole:
-
area dei sentimenti relativi alla
malattia ( paura, ansia, speranza di guarigione,
smarrimento e così via);
-
area delle interpretazioni, che
il malato dà della sua malattia e che comprendono,
per esempio, le ipotesi personali sulle cause;
-
area delle aspettative, che il
malato nutre nei confronti del medico, delle medicine
e, in generale, dei trattamenti sanitari;
-
area del “quotidiano”,
in cui è compreso il contesto sociale, culturale,
familiare, affettivo in cui la persona vive.
L’esplorazione di queste aree
dovrebbe essere per il medico una parte integrante della
sua professione, sia in caso di malattie acute sia in
caso di malattie croniche.
Così è affermato con forza nella letteratura
internazionale, in cui è descritto anche come
un simile atteggiamento di apertura nei confronti della
persona possa esserle d’aiuto per collaborare
meglio alle cure, per essere più soddisfatta
delle prestazioni ricevute e anche per essere meno tentata
di effettuare denunce, per esempio, per trascuratezza.
Saper ascoltare: un dono innato
o acquisito? Secondo Umberto Veronesi, per
i medici l’unico rimedio per porre un freno al
fenomeno del “doctor shopping” rimane quello
di migliorare la comunicazione, nonostante l’esistenza
di difficoltà oggettive.
Saper comunicare, saper ascoltare: si può imparare
a farlo o sono doni di natura? Secondo gli studi riportati
nella letteratura scientifica, la capacità di
mettere l’altro a proprio agio, di entrare in
sintonia con lui, di farsi comprendere e di cogliere
i significati più nascosti delle sue parole è
una competenza “insegnabile” e “apprendibile”.
E’ innegabile, però, che i medici che per
loro temperamento sono aperti nei confronti degli altri,
sono mossi da un reale desiderio di aiutare il prossimo,
sono appassionati del loro lavoro e convinti che sia,
se non la “missione” di vecchia memoria,
senz’altro prezioso per l’umanità,
sono senz’altro favoriti nell’ambito della
comunicazione e quindi destinati a creare con i malati
rapporti di qualità.
Per contro, chi è scostane, poco motivato e poco
gratificato probabilmente non potrà mai imparare
a comunicare meglio, anche perché molto probabilmente
non è interessato a farlo.
Poco tempo a disposizione del
singolo. Dedicare più tempo al malato
troppo spesso si scontra con la realtà in cui
si muovono i medici ospedalieri e quelli di base. Le
persone da visitare sono tantissime e, quindi, è
impossibile dedicare a ciascuno il “giusto tempo”
che Umberto Veronesi – ex ministro della Salute
e grande sostenitore della tesi che la storia personale
del paziente sia un elemento base della “buona
cura” moderna – indica di circa 10-20 minuti
per il dialogo più la visita.
Ma il governo, ormai da qualche anno, ha stretto i cordoni
della borsa e gli ospedali sono diventati aziende che
devono fornire prestazioni remunerative, come interventi
chirurgici e velocissime visite di alta specialità.
Questa è la tendenza per cui l’idea che
un medico ospedaliero possa dedicare a ogni persona
circa 45 minuti attualmente appartiene all’ambito
delle utopie.
Per quanto riguarda i medici di base, la situazione
non è molto diversa: ai loro ambulatori accedono
ogni giorno decine e decine di persone, ma le ore del
giorno sono sempre le stese, impossibili da dilatare.
Prima visita: un momento chiave.
Dare spazio alle parole della persona serve non solo
a raccogliere informazioni, peraltro importanti, sulla
sua emotività e sul contesto in cui vive, ma
anche ad avere un quadro più chiaro della sua
condizione generale di salute e dei rischi a cui è
esposta e, quindi, maggiori notizie utilissime ai fini
della diagnosi.
La chiave è la cosiddetta anamnesi, cioè
la raccolta minuziosa di tutti i dati riguardanti le
malattie sviluppate dalla persona e dai suoi parenti
più stretti.
Oggi, infatti, si sa che quasi tutti i disturbi di salute
hanno una base familiare, cioè ricorrono tra
consanguinei: questo dato ha un suo peso anche ai fini
della prevenzione.
Per il medico può essere fondamentale, sapere
che, per esempio, entrambi i genitori della persona
che ha di fronte hanno avuto un infarto: una simile
informazione, che segnala un rischio oggettivo di andare
incontro allo stesso problema, permette di mettere in
atto con grande puntualità tutte le strategie
utili per conservare a lungo la salute del cuore.
Perché abbia un suo preciso valore, l’anamnesi
non deve essere imbrigliata in schemi troppo rigidi
né essere sollecitata in modo incalzante e ansiogeno,
simile a un interrogatorio della polizia.
L’ideale sarebbe che il medico lasciasse spazio
al racconto, concedendo a chi ha di fronte di esporre
le cose secondo la propria logica, che rappresenta l’espressione
più diretta del suo modo di essere.
Non solo: i medici non dovrebbero mai dimenticare che
se loro sono gli “esperti” in generale,
il malato è l’esperto più preparato
per quanto riguarda la propria malattia.
Senza ascolto si sbaglia più
facilmente. Ascoltare la persona per capire
il suo vissuto non è utile solo per “mettere
le persone a proprio agio”: rappresenta una possibilità
in più per non sbagliare diagnosi.
Questo vale per tutti i medici ma ha ancora, se possibile,
più importanza per gli psichiatri e i neuropsichiatri
che si occupano di bambini e di adolescenti.
Invece, accade che anche gli specialisti del cervello
traggano le loro conclusioni in modo affrettato, senza
aver prima dato modo alle persone di raccontare il più
possibile di se stesse.
Da qui i vari errori diagnostici, come, per esempio,
il mancato riconoscimento delle forme depressive, non
di rado scambiate per un disturbo d’ansia e quindi
curate in modo improprio o addirittura sottovalutate.
Per quanto riguarda l’ambito della neuropsichiatria
infantile, ascoltare le madri dei bambini colpiti da
un disagio mentale potrebbe essere la migliore tutela
dal rischio di fare diagnosi avventate.
Le mamme, pur esprimendosi con un linguaggio poco scientifico,
riescono a fornire una descrizione dei comportamenti
del bambino che può risultare “illuminante”.
Basterebbe ascoltarle, ma questo purtroppo non sempre
avviene.
L’importanza dell’”anima”.
Un’ulteriore conferma di quanto sia importante
che il medico non guardi solo alla malattia, ma prenda
in considerazione la persona nella sua interezza di
essere umano, con emozioni, paure, dubbi e certezze,
è data dalla nascita, relativamente recente,
di una nuova branca della medicina: la psiconeuroimmunologia.
In quest’ambito, gli specialisti cercano di fare
luce sui meccanismi che regolano il rapporto tra mondo
delle emozioni, sistema nervoso e difese naturali dell’organismo.
Di certo si sa già che un medico capace di ascoltare
e, quindi, di far sentire la persona in buone mani può
avere un benefico effetto curativo.
Per contro, un medico scostante, frettoloso o gelido
può indurre sentimenti di autosvalutazione, di
scoraggiamento o di rabbia impotente che possono rallentare
la guarigione o addirittura modificare negativamente
il modo con cui la persona affronta le cure.
Servizio di Laura de Laurentiis.
Con la consulenza del dottor Massimo Sher, medico, psicoterapeuta
e consulente tecnico del Tribunale di Milano.