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L'Anima e lo Spirito

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GATE TO CITY OF THE SUN

Un contributo alla nostra crescita spirituale…

… DALLE PAROLE DI TIZIANO TERZANI
AUTORE DEL LIBRO
“UN ALTRO GIRO DI GIOSTRA.
VIAGGIO NEL BENE E NEL MALE
DEL NOSTRO TEMPO”


Da Manhattan all’Himalaya, dalla grande fornace che sprigiona energia, rumore e veleni a una baita immersa nella purezza e nel silenzio, così sospesa nel cielo che le guglie innevate della montagna sacra Nanda Devi sembrano a portata di mano e i fulmini tempestosi che si abbattono sulle teste degli uomini si dominano dall’alto. Tiziano Terzani, dopo trent’anni di inchieste giornalistiche ha un moto ascensionale: è un lungo pellegrinaggio da Occidente a Oriente tra le possibili terapie contro il cancro che culmina a 2.800 metri di quota, ed è un percorso dal corpo verso la spiritualità. Un altro giro di giostra. Viaggio nel bene e nel male del nostro tempo (Longaresi) parla delle cose ultime, della nostra morte, ed è pieno di vita e ironia sulla vita. [ … ] “E’ stata una sofferenza parlare di sé” ammette “l’ho sempre fatto e si potrebbe dire che anche questo è un esercizio di narcisismo. Eppure stavolta non era per me, ma per dire qualcosa che potesse aiutare gli altri. Una via per chi deve fare la stessa strada, non quella della malattia, ma quella della scoperta che siamo malati di qualcosa di molto più grande: siamo malati di una cosa stupenda che è la mortalità. E viviamo in un mondo che ci fa ammalare sempre di più”. Crediamo di essere liberi ma non lo siamo, abbiamo una concezione univoca di bene e male. “In un ashram sulla strada per la mia baita himalayana, c’era un vecchio baba di cui sono stati seguaci personaggi come Timothy Leary. Di notte arriva un tipo di corsa: “Baba! Baba! Mio padre sta malissimo, devi fare qualcosa!”. “Cosa vuoi, va’ via!” risponde il santone duramente, perché la dottrina del karma impedisce all’induismo la compassione. Quello si butta ai suoi piedi, piange. Allora il baba, per toglierselo di torno: “Be’, prendi una banana, riducila in poltiglia e fagliela mangiare, vedrai che tutto andrà bene.” L’uomo corre a casa, fa come gli ha detto il baba, offre la banana al parente che, subito dopo, muore. Noi avremmo pensato che “bene” era se il malato campava altri cinque anni: ma perché non pensare che “bene” è il fatto che ha mangiato la banana ed è morto serenamente?” [ … ] Sono i luoghi sull’ Himalaya che lo scrittore ha scelto per la sua “ascensione”. [ … ] Il libro comincia con il racconto del suo lungo soggiorno a New York per farsi operare e curare al Mskcc, l’istituzione più accreditata nel campo della terapia anticancro. “Sono fiorentino, figlio di una cultura razionale, non avevano senso altre scelte”. Del resto anche il Dalai Lama, “l’Oceano di saggezza”, nel loro ultimo incontro, alla domanda: “Santità, lei si cura con la medicina tibetana o con quella occidentale?” aveva risposto con una risata: “Con tutte e due”. C’è la terapia descritta con realismo, la spietata franchezza dei medici tutti impegnati a fissargli scadenze di vita, e c’è “l’insopportabile angoscia” della New York delle donne sole, dei manager che la mattina saltano sui taxi con il bicchiere del caffè “acido” da succhiare e il sacchetto con le ciambelle, dei nuovi immigrati ebrei russi che offrono tutte le loro energie al Moloch. E’ la New York che produce i veleni peggiori ma anche i loro antidoti. In California incontra un’America diversa. Su un promontorio a picco sull’oceano, in uno strano complesso assorobabilonese appartenuto alla Marconi corporation of America, Michael Lerner ha fondato il Commonweal. Qui Tiziano partecipa con altri otto malati a un seminario sul tema della guarigione. Tutti hanno “facce giallastre, occhi impauriti e i capelli appena rispuntati dopo le chemioterapie”. “Alcuni erano stati abbandonati dai rispettivi compagni subito dopo la diagnosi. La rabbia che sentivo nelle loro storie aveva a che fare con il loro tipo di vita, con le loro relazioni con gli altri esseri umani molto più che con la malattia in sé”. Nel suo cuore è scettico sul seminario, ma pian piano la vicinanza dell’oceano, che ama contemplare all’alba, il rapporto con gli altri producono un buon effetto. E’ l’unica vera terapia dell’anima sperimentata in America. L’incontro con un medico di Modena, da lui ribattezzato Mangiafuoco, lo introduce all’omeopatia, poi eccolo in viaggio dalla Thailandia al Giappone, a Hong Kong, dove un vecchio miliardario cinese ha voluto fare all’umanità un regalo eccezionale: l’estratto di un fungo che cura il cancro. E naturalmente all’India. Attratto da tutte le cure alternative possibili, antichissime, magiche, o improvvisate, medicina tibetana e ayurveda, qi gong, reiki… [ … ]

“La fiorentinità, di cui sono orgoglioso, mi è però stata stretta. Ho voluto essere straniero perché mi è sempre pesato il noi, l’appartenenza a qualche gruppo, o categoria. Ho preferito andare a capire gli altri. Il mio mondo lo conosco e non mi interessa più”. Il noi nel quale l’autore si riconosce ora è il noi dell’umanità. “E sono terribilmente angosciato dal destino che le sta davanti”. Gli capita spesso di riflettere sul parallelismo tra il cancro, epidemia del nostro tempo, e il terrorismo, grande malattia della nostra società. “Non ho certo scritto questo libro per parlare del cancro come malattia, ma come allegoria del nostro modo di vivere. Ridotti a puro corpo, schiavi dei desideri indotti dall’industria che ci rendono per forza infelici, perché non potremo mai soddisfarli tutti. Mi colpisce però che la nostra civiltà, così come non si impegna a studiare le cause del cancro ma investe tantissimo per trovare una cura, allo stesso modo fa con il terrorismo. Invece di studiarne le ragioni, cerca il rimedio. Perché in tutti e due i casi l’industria torna a produrre qualcosa, a fare profitti”. Nel caso della malattia, se andassimo alle radici, dovremmo concludere che la nostra vita è spaventosa. Nel caso del terrorismo dovremmo ammettere che all’origine c’è il nostro modo di essere, la nostra aggressività secolare, “i denti di drago” che l’Occidente ha disseminato, creandosi sempre nuovi nemici. Per questo il ritorno in India, alla saggezza del suo vecchio sull’Himalaya, gli è parsa la sola via sensata. “Il mio vecchio dice questa cosa che mi piace moltissimo e che diventa il senso del libro. Bisogna accettare che c’è un mistero, qualcosa che resta sconosciuto. Senza voler gettare dalla finestra tutto ciò che ci ha dato la scienza, va riconosciuto che accanto alla ragione c’è l’intuizione, accanto alla mente c’è il cuore, dietro la materia qualcosa che va la di là”. “Le sorti del mondo si stanno decidendo in senso negativo” dice. “Il materialismo sembra avere vinto ovunque, gli occidentali credono ormai di essere solo corpo. Eppure, esiste una società come quella indiana in cui l’eroe è il mendicante, il saggio, colui che da vecchio rinuncia a tutto e si mette alla ricerca della liberazione dalla vita. Per noi, al contrario, il mito è l’uomo ricco: Agnelli, Berlusconi, Tronchetti Provera. In India ho appreso che esiste un punto di vista diverso. Sono quasi pronto a morire perché mi diverte vedere che cosa è questa morte: l’unico rimpianto che ho è che non riuscirò a scriverne”.


(tratto da Panorama 15/04/2004, di Manuela Grassi)