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“… IL DOTTORE E IL PAZIENTE… “
Cappuccetto Bianco ha trovato due interessanti brevi articoli su un tema che ci tocca molto da vicino: il nostro rapporto con il medico, ormai ridotto ad una aridità disarmante e scoraggiante, per molti, ma non per tutti… per fortuna.


ARTICOLO PRIMO: PRIMA BARRIERA FU L’OTOSCOPIO
Di Eugenia Tognotti – docente di storia della medicina all’Università di Sassari

Umanità, attenzione, vicinanza, affidabilità. Una presenza solidale e partecipe, una funzione da apostolo laico. Erano questi i valori professionali del medico di famiglia, celebrati visivamente dal notissimo dipinto vittoriano di Luke Fildes , The Doctor.
Già allora, al tramonto dell’Ottocento, erano però in atto, anche in Italia, le tendenze destinate di lì a pochi decenni a mettere in crisi il rapporto privilegiato, di reciproco coinvolgimento tra medico e paziente. Erano comparsi sulla scena i primi specialisti, su cui la classica avvertenza “il paziente non è la polmonite, ma un uomo affetto da polmonite”, aveva minore presa che sui generici, impegnati nell’assistenza familiare e quindi più vicini al vissuto dei loro pazienti.
Muoveva i primi passi la tecnologia medica. Lo strumentario in campo diagnostico ( otoscopio, oftalmoscopio, sfigmomanometro, “antenato” dei moderni dispositivi per la misurazione della pressione arteriosa ) cominciava a relegare in secondo piano, nella pratica clinica, l’esame fisico e i gesti, consacrati dalla tradizione ippocratica, dell’ispezione, della palpazione, dalla percussione, dell’auscultazione, che si avvalevano della vista, del tatto, dell’udito. Gli apparecchi sostituivano la mano e l’orecchio del medico. L’oggettività dei dati forniti dagli strumenti s’imponeva sulla soggettività dei sintomi riferiti dai pazienti, nei racconti, talora confusi e inutilmente minuziosi, raccolti nell’anamnesi. Una consuetudine destinata, anch’essa, a venir meno, insieme al contatto ravvicinato e confidenziale tra medico e paziente.
Questo processo sarebbe giunto a maturazione nel XX secolo che, dopo l’affermarsi del metodo radiologico e degli esami di laboratorio, conosce una straordinaria evoluzione dell’apparato tecnologico-strumentale, da cui i medici sono sempre più dipendenti, a causa anche di un training formativo che privilegia questo aspetto.
La crescente complessità della strumentazione tecnologica, insieme alla burocratizzazione e alla medicalizzazione spinta, ha finito per impoverire il rapporto tra medico e paziente, sostituendo la comunicazione e le parole con schermate di numeri, immagini su pellicole, prescrizioni. Si è creato così un paradosso: attrezzati come mai prima sul piano diagnostico e terapeutico, capaci di influire sul decorso di tante malattie, troppi medici, iperspecialisti, non sembrano più in grado di stabilire un contatto umano con i loro pazienti, considerati, spesso, “casi clinici” piuttosto che persone, da cui proviene una domanda d’efficienza, certo, ma anche d’ascolto, d’umanità, di empatia, alla base dell’antica ( e perduta? ) arte della cura.


ARTICOLO SECONDO: IL BUON MEDICO E’ ANCHE UN PO’ FILOSOFO
Incontro con Umberto Galimberti, docente di filosofia della storia all’Università di Venezia.

“Nell’era della tecnica lo sguardo clinico ha sempre di più abbandonato la componente umanitaria fondata sulla comunicazione comprensiva tra medico e paziente, per attenersi all’oggettività dei dati clinici. E lo spazio lasciato vuoto dalla medicina è stato occupato dalla psicoanalisi. In fondo, lo sosteneva già Karl Jaspers, medico oltre che filosofo, gli psicoterapeuti svolgono oggi la funzione cui alcuni medici hanno abdicato. Molti mali sono semplici vissuti soggettivi che il medico, per attenersi all’oggettività dei dati della scienza medica, non cura più”. A parlare è Umberto Galimberti, filosofo, tra i primi ad affrontare il tema della medicina attenta più ai fatti che ai significati della malattia.
Che cosa vuol dire oggi malattia?
Quando ci ammaliamo, viene meno il sapere immediato che ciascuno di noi ha di sé e interviene, invocato dal paziente stesso, il sapere scientifico. Alla coscienza della malattia, uno stato soggettivo, subentra una conoscenza impersonale e oggettiva della malattia che diventa l’unica di rilievo per il medico, il paziente e chi gli sta attorno. E’ il prezzo imposto dalla scienza per realizzare un sapere efficace, oggettivo, perciò condiviso.
In quale modo la scienza sopprime la coscienza del mondo individuale?
Le malattie non si verificano nel corpo, ma nella vita. E il corpo è inserito in un tempo, un luogo, una storia, un contesto sociale. Al suo posto subentra nella malattia il corpo biologico, che risulta dalle analisi e dalle tecniche per immagini che lo scansionano. La trama profonda della malattia, i vissuti soggettivi sono oscurati dai dati oggettivi che parlano dell’organismo, trascurando il corpo. Ma tra corpo e organismo c’è una differenza abissale. Il linguaggio narrativo del paziente e quello scientifico del medico, oltre a riferirsi a due nozioni di corpo diverse, sono separati da una distanza incolmabile. Le malattie, al di là della dimensione organica, sono anche il precipitato di vissuti esistenziali.
Un esempio?
Se mi fanno vedere la lastra dei miei polmoni, a me che fumo 40 sigarette al giorno, non mi impressiona granché, non la sento mia: i polmoni io li sentirò quando corro dietro un treno o quando faccio l’amore, questo fa la differenza tra il corpo vissuto e l’organismo. Il medico controlla i fatti, che di per sé non hanno un significato di vita. I miei polmoni ridotti male sono il significato della mia vita: perché ho avuto bisogno di fumare? Quanta ansia ho di fronte al mondo?
Dovrebbe interessare anche il medico…
Il fatto è che il medico vede il male e il paziente sente un dolore: due cose diverse. Il dolore è un vissuto soggettivo che il paziente narra, non coincide con il male oggettivo che il medico cerca. Il dolore esce dai confini del corpo e pervade la vita, modificando la qualità delle relazioni, la forma degli affetti, il ritmo delle attività, la considerazione di sé. Uno è sano quando il corpo se lo dimentica. Se mi ammalo, non coincido più col mio corpo. Non dico “ho un corpo stanco”, ma “sono stanco”. E nel “sono” c’è una perfetta coincidenza tra io e corpo.
Che cosa negli anni è andato perso nella relazione tra il medico e il paziente?
I medici hanno abdicato alla componente filosofica della loro funzione, e quando parlo di filosofia intendo dire pratica di comunicazione. Ippocrate scrive nel suo trattato sulla malattia “ iatros philosophos isotheos”, “Il medico che si fa filosofo diventa pari a un dio.. “. Nell’ 800 la medicina era iscritta nella scienze umane, i medici davano esami di filosofia, oggi no. Freud ha potuto inventare la psicoanalisi perché, medico, è andato a lezione da Franz Brentano, filosofo.