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Tratto da Panorama n.10 del 04 marzo 2004, pagg.40/46

STORIE INFINITE LA MORTE DI CRISTO

ASSASSINIO SUL GOLGOTA

Il film sulla Passione di Gesù ha risvegliato una polemica antica e mai sopita: chi lo ha ucciso? Chi ebbe maggiori responsabilità: i romani o gli ebrei? Un grande scrittore, forte di una rigorosa ricerca storica, rilegge gli avvenimenti dell’anno zero dell’umanità. Arrivando a conclusioni sorprendenti.

  • Di VALERIO MASSIMO MANFREDI*

Chi ha ucciso Gesù? Newsweek  gli ha dedicato la copertina, l’Economist  un ampio articolo interno, e non è che l’inizio: il film di Mel Gibson, Passion, girato in aramaico e in latino, sta suscitando molto scalpore, non tanto ( o non solo ) dal punto di vista artistico e stilistico quanto piuttosto dal punto di vista ideologico. Gibson è un cattolico integralista e rappresenta la Passione dal punto di vista dei Vangeli prendendosi in più ulteriori libertà per ribadire il concetto di fondo che la folla aizzata dai sacerdoti del tempio forzò la mano a Ponzio Pilato costringendolo a firmare un verdetto di morte.

            In sostanza, gli ebrei non ci stanno a essere indicati ancora una volta come i deicidi, come coloro che gridarono: “ Il sangue suo ricada su di noi e sui nostri figli!”, esclamazione tremenda che in gran parte è stata la motivazione di tante persecuzioni dei figli d’Israele durante i due millenni di storia del Cristianesimo. Il senso del loro rifiuto è comprensibile: insomma, è ora di farla finita, Gesù lo hanno ammazzato i romani, noi non c’entriamo. Le prove? Innanzi tutto la crocefissione, che è un supplizio romano; e poi la motivazione della condanna “ Gesù Nazareno re dei Giudei “. Condanna politica, quindi, e non religiosa. Gesù fu ritenuto colpevole di minacciare l’autorità romana e la sovranità di Cesare e quindi condannato a morte presumibilmente applicando la “lex de maiestate” fatta approvare da Tiberio qualche anno prima.

            In una recente intervista, Riccardo Caimani, storico del mondo ebraico e autore di libri di grande successo come Gesù ebreo e Paolo, l’ebreo che fondò il Cristianesimo, ha dichiarato senza mezzi termini che i primi cristiani erano certamente una setta messianica, cioè sostenitori del messia, che loro ovviamente identificavano in Gesù. Il messia era il liberatore politico dal giogo romano. Cioè un rivoluzionario. Punto.

            Negli ultimi tempi si sono perfino levate voci dal mondo ebraico che invocavano dalla Chiesa cattolica un atto di coraggio per prendere veramente le distanze dall’antisemitismo: la dichiarazione che i Vangeli sono filoromani, che dovendo dare la colpa a qualcuno della morte di Gesù hanno dovuto darla agli ebrei per non mettersi in urto  frontale con il mondo romano all’interno del quale dovevano vivere ed espandersi.

            Che i Vangeli siano filoromani sembra non esserci dubbio: Pilato viene praticamente scaricato dalla responsabilità della condanna di Gesù. Cede al ricatto e alla pressione della piazza ma dopo averle tentate tutte, inclusa la flagellazione e la liberazione di Barabba. A un centurione romano di Cafarnao che gli chiede di guarire la figlia Gesù dice:” Non ho trovato tanta fede in Israele”. Ed è un romano colui che fa la prima professione di fede nella divinità del Cristo: il centurione che comanda l’esecuzione, scosso dalla vista dei prodigi che accompagnano a morte del Nazareno, grida: “ Costui era veramente il figlio di Dio!”. Dunque è così? La colpa fu data agli ebrei per scaricarne i romani? Non proprio, o almeno le cose non così semplici e per diversi motivi.

            Certo, le fonti principali, praticamente le uniche, sulla passione e morte di Gesù sono i Vangeli e quindi non si può non considerarle di parte. Le fonti “laiche”, Tacito e Flavio Giuseppe, sostanzialmente sono talmente avare che di fatto è come se non ci fossero. In più la Palestina dell’epoca era un ginepraio non meno della Palestina moderna, terreno di scontro di opposte fazioni che spesso si massacravano fra di loro. Sopra tutti, l’Impero che non poteva certo rinunciare a quella provincia riottosa essendo la cerniera fra tre continenti.

            In sostanza, le forze più importanti erano due. Da un lato il partito armato, gli zeloti, ferventi patrioti man anche estremisti fanatici e irriducibili che coglievano ogni occasione per colpire. Dall’altra i sommi sacerdoti, gli scribi e i farisei, cioè il Tempio, gli uomini che detenevano la suprema autorità religiosa. Costoro godevano di cospicue posizioni di rendita: riscuotevano le decime su tutte le vittime che venivano immolate ogni giorno nel tempio, probabilmente lucravano sui cambi di valuta dagli ebrei della diaspora, avevano una loro polizia per mantenere l’ordine all’interno del tempio e godevano di grande prestigio e considerazione presso il popolo. Erano quindi sostanzialmente su posizioni moderate e, benché in cuor loro disprezzassero i romani come ogni buon ebreo, di fatto ne erano gli interlocutori privilegiati.

            I romani sapevano bene che senza la collaborazione delle autorità religiose non era possibile governare la provincia e queste ultime sapevano altrettanto bene che uno scontro armato con le forze di occupazione avrebbe fatalmente portato a un bagno di sangue da cui il popolo sarebbe uscito massacrato.

            Governare la Palestina era mestiere difficilissimo e spesso ingrato e richiedeva molta perizia e prudenza. Per questo, probabilmente, l’imperatore avocava a sé la nomina dei governatori che sceglieva fra magistrati dell’ordine equestre e non fra i senatori.

            Ponzio Pilato era uno di loro e la scoperta in Palestina da parte dell’archeologo italiano Antonio Frova, negli anni  Sessanta, di un’iscrizione con i suoi titoli ci ha permesso di stabilire che era prefetto di Giudea e non procuratore come dice Tacito. Secondo Filone di Alessandria, era un uomo violento e brutale che mandò a morte moltissime persone. Diverso, si direbbe, dalla persona in fondo comprensiva che dipingono i Vangeli.

            Può darsi che la verità, come spesso succede, stia nel mezzo. Difficile pensare che Tiberio avesse scelto per un incarico tanto delicato un bruto ottuso e crudele. Forse Pilato era insicuro e reagiva alle provocazioni con eccessiva durezza per non apparire debole agli occhi di Tiberio. A volte, nel suo desiderio di compiacerlo, tendeva a strafare. Come quando fece esporre degli scudi dorati con l’immagine dell’imperatore sugli spalti della Fortezza Atonia che era attigua al Tempio e la cosa apparve a tutti come un insulto, un sacrilegio e una provocazione. Ne seguirono tumulti che Pilato sedò nel sangue. Tiberio, appena lo seppe, ordinò che gli scudi fossero immediatamente rimossi. Una decisione che va tutta a favore della sua abilità politica.

            Pilato aveva una moglie che si chiamava Claudia Procura, il che fa pensare che fosse parente dell’imperatore che pure era un Claudio. Forse era per meriti di famiglia che  Pilato aveva ottenuto quell’incarico? Non lo sapremo mai, ma non possiamo nemmeno escluderlo.

            Ma veniamo al processo di Gesù. Da molte parti, specie negli ultimi anni, si è avanzata l’ipotesi che egli fosse in realtà un capo rivoluzionario, un messia che faceva perdere il sonno agli occupanti romani che appena lo ebbero nelle grinfie lo inchiodarono a una croce. Gli indizi, o presunti indizi di questa sua vocazione ribelle, in realtà sono pochi, scarsi e poco credibili. Si ricorda che uno degli apostoli di Gesù, Simone, era detto lo Zelota. Vero. Si ricorda che pochi giorni prima di andare a Gerusalemme Gesù pronunciò una frase sibillina:” Chi ha una spada la prenda, chi non ce l’ha venda il mantello e ne compri una”. Vero anche questo.

            Si ricorda inoltre che la notte dell’arresto nell’Orto degli ulivi Pietro estrasse una spada e ferì un servo del sommo sacerdote mozzandogli un orecchio. Se aveva una spada, dunque, era un rivoluzionario e membro del partito armato. E Gesù doveva esserne al corrente. Ma basta tutto questo per fare del Nazareno un messia guerriero che avrebbe scatenato la rivolta contro i romani? A me sembra di no . Se così fosse stato sarebbe rimasta traccia nella tradizione di questa sua vocazione guerriera. Qualche strascico di tipo militare, qualche tumulto o disordine in occasione del suo arresto. E invece niente. Anzi, tutto il contrario.

            Non è possibile che la sua ideologia così profondamente pacifista sia un’invenzione posteriore, non è possibile che il genio che avrebbe creato una religione capace di conquistare il mondo, e una ideologia capace di affascinare milioni persone di tutte le estrazioni e di tutte le razze, non avesse nemmeno un nome per cui si sia dovuto inventare questo Gesù.

            C’è una ipotesi che forse dovrebbe essere tenuta in considerazione: in una situazione così polarizzata come quella palestinese dell’epoca fra partito armato e autorità che mediavano con l’Impero, così vicina per tanti aspetti a quella di oggi, non c’era posta per una terza forza fra le due in campo. Se un terzo soggetto, come Gesù per esempio, aveva un forte seguito dovuto alla potenza del suo carisma, doveva per forza prendere posizione a fianco degli uni o a fianco degli altri, altrimenti diventava una mina vagante che poteva far pendere l’ago della bilancia dalla parte sbagliata alla minima oscillazione.  Per questo non poteva che essere tolto di mezzo con buona pace di tutti. Gesù rifiutò di prendere posizione: inveì più volte contro gli scribi e i farisei, ma per motivi morali e religiosi, sembra, e non perché collaboravano con i romani. Quanto agli  zeloti, non li nominò mai, ma non c’è in effetti la minima prova che si sia mai schierato assieme a loro. La sua frase di cui non c’è motivo di dubitare, “ Date a Cesare quello che è di Cesare”, non poteva certo renderglielo simpatico.

            Un’ulteriore riprova del fatto che Gesù era alternativo agli zeloti oltre che all’establishment del Tempio potrebbe essere letta proprio nella vicenda del processo quando fu liberato Barabba al suo posto. “Barabbas autem latro” dice il Vangelo, “e Barabba era un assassino”, un killer. Cioè, probabilmente, uno zelota. Anche i due crocefissi con Gesù erano “latrones”, cioè non ladri, come molti credono, ma assassini, gente che aveva versato sangue, Un altro indizio, secondo alcuni, che Gesù fosse un ribelle, un capo rivoluzionario.

            In un quadro tanto complesso e difficile è possibile allora arrivare a una conclusione? E’ possibile stabilire quale sia stata la vera personalità del Maestro e quindi arrivare alle responsabilità di chi lo mandò a morte?

            C’è un elemento testimoniale antico che, benché tardo, porta una notizia clamorosa quanto sconvolgente, per molti anni ritenuta poco credibile e recentemente rivalutata da studiosi di alto spessore scientifico. Un passo di Tertulliano secondo cui Tiberio, intorno al 35 d. C., e cioè a soli quattro anni dalla morte di Gesù, chiese al Senato di accettarlo fra gli dei dell’impero. Di fatto, che chi voleva venerarlo come dio fosse libero di farlo. Quasi un editto di Costantino con tre secoli di anticipo. IL Senato rifiutò, dichiarando il Cristianesimo “superstitio illicita “ e creando così la base giuridica per le future persecuzioni. Il passo di Tertulliano non è sospetto perché dà la notizia non per dimostrare che Gesù era Dio, ma per sottolineare le contraddizioni della giurisdizione romana verso i cristiani. Se questo accadde realmente, come è probabile, allora dovremmo spiegarci il perché. E la spiegazione più verosimile è che Tiberio, con il pragmatismo che lo caratterizzava, abbia visto profeticamente nella diffusione della religione cristiana, pacifista, orientata a spostare la soluzione delle contraddizioni più gravi e dolorose della società in una vita ultraterrena, la possibile soluzione del problema palestinese. La riprova sarebbe la sostanziale protezione che l’impero accordò ai cristiani nei primi decenni della loro storia.

            Un esempio clamoroso fra tutti: quando Paolo, ormai convertito, rischiò di essere linciato nel Tempio, fu salvato da un’incursione di soldati romani dalla attigua Fortezza Atonia e poi scortato da ben 470 uomini ( un vero esercito ) messi a disposizione dall’autorità militare romana e messo in salvo a Cesarea. Lo stesso Tiberio poco tempo dopo decapitò l’intera leadership della regione: rimosse Pilato, rimosse Caifa e il governatore di Siria sostituendolo con un uomo di sua fiducia.

            Forse l’eliminazione di Gesù fece comodo un po’ a tutti: a una parte del Sinedrio che vedeva in lui un elemento destabilizzante e quindi pericoloso, al partito armato che voleva tenere altra la tensione contro gli occupanti romani e vedeva come fumo negli occhi un uomo che sosteneva di dare a Cesare quel che è di Cesare e a Dio quello che è di Dio e infine allo stesso Pilato, che comunque toglieva di mezzo un elemento di turbativa che era stato salutato come messia da una  folla entusiasta al suo ingresso a Gerusalemme. Dopo la sua destituzione, dovuta a un brutale intervento contro i Samaritani, il prefetto di Giudea scompare di scena. Non sapremo mai se abbia avuto modo, in seguito, di meditare sugli eventi cruciali di cui era stato casuale e forse anche involontario protagonista.

* ROMANZIERE-ARCHEOLOGO

   Valerio Massimo Manfredi, docente di archeologia alla Bocconi, ha condotto spedizioni scientifiche in molte località del Mediterraneo. Autore di numerosi saggi e opere di narrativa ( come L’ultima legione e Il tiranno, Mondatori ), è anche autore di televisione e di cinema. Sta lavorando al remake del film L’inchiesta, un’indagine sui misteri del processo di Gesù.