LA MEDICINA
INCAS
Per risolvere i disagi di corpo e mente ha
a disposizione erbe medicinali, regole alimentari, massaggi,
esercizi di respirazione.
Il terapeuta è, nella maggior parte dei casi, una donna.
Nella regione delle Ande sopravvive
il residuo di una cultura affascinante, andata perduta per
l’aggressività degli invasori occidentali: è
la cultura Incas.
Le tradizioni e i saperi di questa antichissima civiltà,
che aveva raggiunto il suo massimo splendore tra il XV e il
XVI secolo, sono state in parte conservati in forma orale:
si basano sul rispetto della natura ( la religione stessa
si impernia sul culto della Dea Natura chiamata Pachamama
) sulla valorizzazione della donna, sulla ricerca dell’armonia
e della pace.
Gli Incas affidavano al salute della comunità alle
mani esperte delle curandere, terapeute specializzate in erboristeria,
medicina, psicologia.
Ricorrere agli antichi rimedi fortunatamente oggi è
ancora possibile, grazie agli studi degli antropologi e ai
centri culturali nati sulle Ande e in Occidente.
Ristabilire l’equilibrio.
Scopo della medicina Incas è favorire l’equilibrio
tra la persona e la natura esterna, e tra la persona e la
sua natura interiore.
Non sempre si riesce a vivere in armonia. Per questo si soffre
di disturbi fisici e disagi psicologici che il terapeuta (
curandero ) può aiutare a superare.
Il suo approccio è solistico: l’uomo viene considerato
nella sua totalità. La medicina Incas, per risolvere
i problemi di salute, ha a sua disposizione erbe medicinali,
regole alimentari, esercizi fisici, massaggi, terapie psicologiche
e sessuali.
E’ sorprendente come molti rimedi risultino moderni
e simili alle terapie occidentali più all’avanguardia.
Ad esempio le regole alimentari, basate sul principio della
varietà, sull’uso prevalente di frutta, verdura
e cereali integrali a discapito delle proteine animali e dei
grassi, richiamano le raccomandazioni dei moderni nutrizionisti.
Ma è soprattutto in campo psicologico che le affinità
si manifestano: gli Incas applicavano tecniche di psicodramma,
giochi di ruolo e libere associazioni linguistiche, che hanno
molti punti di contatto con discipline come la Programmazione
Neurolinguistica o il Mind Control.
Una civiltà al femminile.
Come molti popoli costretti a vivere in un ambiente aspro
e ostile, gli Incas avevano imparato a governare i fenomeni
naturali. Colti e raffinatissimi, nel 1500 erano già
grandi esperti di astronomia, utilizzavano il calcolo alfanumerico
ed erano riusciti a ottenere più di 200 varietà
di patate e 150 tipi di mais.
In questa civiltà la donna aveva un posto di primissimo
piano: occupava importanti cariche istituzionali, era esperta
di arte e di scienza, era ammessa a frequentare corsi e ad
adoperare conoscenze precluse agli uomini. La sua capacità
di procreare e il suo particolare assetto ormonale facevano
sì che la sua intelligenza fosse considerata più
pronta, adatta a comunicare, ad appianare i conflitti, ad
affrontare con successo la malattia e il disagio. Per questo
la curandera, cioè la terapeuta, era nella maggioranza
dei casi una donna.
L’incontro con il terapeuta
In Italia chi desidera accostarsi alla medicina Incas può
rivolgersi alle associazioni culturali andine che sono nate
in alcune città. Presso questi centri è possibile
seguire seminari di approfondimento e anche farsi praticare
alcuni trattamenti ispirati alla medicina Incas. I terapeuti
sono veri e propri curanderi oppure esperti di cultura Incas
formatisi in Italia e in Perù.
LA VISITA. Prima di consigliare qualsiasi cura il terapeuta
esegue una visita preliminare il più possibile simile
a quella tradizionale. Osserva il comportamento della persona:
il modo in cui si muove, cammina, compie determinati gesti.
Anche il tipo di costituzione fisica, a un occhio allenato,
rivela molte cose. Il terapeuta effettua anche un esame tattile:
tocca la persona in punti precisi del corpo e ne osserva le
reazioni, fisiche ed emotive. Per completare l’analisi
fisiologica esamina anche le escrezioni corporee come la saliva,
le feci o l’urina. Parla a lungo con la persona, stimolandola
a rivelare i propri disagi, fisici o psicologici.
LA DIVINAZIONE. Nelle visite più tradizionali si può
ricorrere anche alla divinazione con le foglie di coca. Il
curandero recita alcune formule ( invocazioni agli spiriti
guardiani o alla Pachamama ) e poi lancia in aria le foglie
secche. In base a come si dispongono ricadendo formula le
sue ipotesi. Le foglie possono anche venir bruciate. In questo
casi si osserva il fumo che sprigionano e si analizza la disposizione
e la consistenza delle ceneri.
L’uso delle erbe.
Il primo strumento terapeutico utilizzato nella medicina Incas
è la fitoterapia.
Le piante medicinali catalogate sono 843. Le foglie di coca,
da sole, erano ritenute in grado di risolvere 72 diversi problemi
di salute.
Andavano masticate per ricavarne una carica energetica simile
a quella di una tazzina di caffè. Contrariamente a
quanto si potrebbe pensare, infatti, non erano ancora conosciuti
gli effetti allucinogeni della pianta ( la cocaina è
stata sintetizzata in Germania solo nella seconda metà
dell’800 )
Oggi tra i rimedi più usati è possibile trovare:
- l’Uncaria tomentosa, un arbusto di
cui si utilizza la corteccia, per rafforzare il sistema
immunitario e combattere le allergie;
- la Maca tuberosa, una pianta che cresce
a 4000 metri di altezza, ricca di vitamina E e in grado
di stimolare il sistema ormonale;
- il Piri Piri, di cui si impiegano le radici
per favorire il concepimento;
- l’Ayawaska, una pianta allucinogena
che potenzia la percezione sensoriale.
E’ il terapeuta a fornire le erbe raccolte
all’ora giusta, dosate e preparate secondo le antiche
ricette.
L’automassaggio.
Poiché il massaggio è un percorso di profonda
conoscenza interiore, al primo e a volte al secondo incontro
si esegue un automassaggio guidato ad occhi chiusi, per conoscere
meglio se stessi e abituarsi alla sensazione tattile.
Si inizia lavorando sul viso, da toccare esercitando pressioni
graduali con la punta delle dita. La pressione prima è
tenue, poi si fa più pesante.
Il viso è una zona strategica: sulla sua superficie
si trovano infatti i terminali dei centri energetici di tutto
l’organismo, e toccandolo secondo le istruzioni del
terapeuta è possibile far tornare a fluire armonicamente
l’energia vitale.
Si passa poi al resto del corpo: ci si sofferma sulla consistenza
della pelle, sui contorni dei muscoli, sulla sporgenza delle
vene.
Il massaggio.
Si chiama Qhaqoy e, nella medicina tradizionale andina, è
una vera e propria pratica terapeutica. Si tratta di un massaggio
attraverso il quale si cerca di ripristinare la circolazione
armonica del Ti e del Ki nell’organismo: il primo è
l’energia solare caratteristica dell’uomo, il
secondo è l’energia lunare caratteristica della
donna. Per meglio chiarire il significato dei queste due energie,
basti pensare che esser corrispondono ai più noti Yin
e Yang cinesi.
Il massaggio, che dura un’ora e mezza, viene effettuato
con le mani e a volte anche con l’ausilio di erbe medicinali,
oli essenziali o pietre riscaldate.
Si parte con una valutazione del polso, della pelle, degli
occhi e della lingua per riscontrare eventuali disequilibri,
individuare al meglio il problema e gli organi che vi sono
coinvolti; da questa prima analisi il terapeuta decide se
praticare il massaggio su tutto il corpo oppure solo in alcune
zone. Utilizza fino a 7 manualità diverse e fa riscoprire
alla persona la centralità del senso del tatto.
SENTIRE IL CORPO. Il massaggiatore “sente” la
persona massaggiata e viceversa. Attraverso il suo tocco fa
affiorare pensieri, sentimenti, desideri… Comunica armonia,
sicurezza, tranquillità. Trasmette soprattutto la sua
energia, toccando la pelle oppure sfiorandola appena. Durante
il trattamento la persona può abbandonarsi al pianto,
al riso, oppure addormentarsi profondamente. Spesso la pratica
terapeutica è accompagnata dal Thalay: la persona viene
fatta distendere su una coperta di lana che viene dolcemente
scrollata da quattro persone che la sostengono agli angoli
così da creare un piacevole effetto culla.
FAR AFFIORARE LE EMOZIONI. Si rivivono esperienze passate,
dimenticate. E’ proprio questo l’obiettivo del
massaggio: tirare fuori, elaborare per risolvere. Gli effetti
continuano anche una volta terminato il trattamento. Per questo
si consiglia di prendere nota delle sensazioni e delle emozioni
che si provano una volta tornati a casa e di riparlarne con
il terapeuta. Per consentire la rielaborazione delle emozioni
provate, le sedute di massaggio non devono essere troppo ravvicinate.
La respirazione. Per consentire il corretto
fluire dell’energia e utilizzarla al meglio bisogna
ritrovare il ritmo del proprio respiro. Questo è possibile
eseguendo ogni giorno alcuni semplici esercizi che il terapeuta
insegna durante le sedute di massaggio. Si chiudono gli occhi
e si deve inspirare profondamente concentrando l’attenzione
su ciò che accade all’interno del proprio corpo.
Appena si avverte la necessità di espellere l’aria,
lo si fa molto lentamente. Si inspira solo quando si sente
nuovamente il bisogno di introdurre aria. Si fa una pausa
e si continua ad eseguire l’esercizio. L’importante
è prendere coscienza del proprio respiro, assecondare
il corpo.
- In piedi con i pugni sul petto, si inspira lentamente e
intanto si spingono i gomiti all’indietro finché
le mani non arrivano alle ascelle. A questo punto si espira
riportando le mani sul petto. Ripeter 10 volte.
- In piedi , mani appoggiate sull’addome, si inspira
profondamente. Ci si piega in avanti e si espira esercitando
una leggera pressione sull’addome per favorire la completa
fuoriuscita dell’aria. Ripetere 10 volte.
- Si inspira lentamente sollevando le braccia verso l’alto.
Si trattiene il respiro, poi si piega il busto cercando di
toccare le punte dei piedi con le mani e si espira. Ripetere
10 volte.
Matilde Perticaroli.
Consulenza di Hernan Huarache Mamani, curandero andino, autore
del libro “La profezia della curandera”.
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