Tratto da: “Per Me – il primo femminile di psicologia” Testo
raccolto da Antonella Trentin
LA MAMMA CATTIVA: TROVIAMO
IL CORAGGIO DI
PARLARNE
Il delitto di Cogne, la tragedia
di Città di Castello. Storie terribili che toccano
la sensibilità della gente. Perché le vittime
sono bambini innocenti. E il sospetto ricade su chi li ha
partoriti. Partendo da questi spunti, lo psicologo Fulvio
Scaparro fa luce su una violenza che, più di tutte,
sembra contro natura.
Non ricordo un omicidio che negli
ultimi anni abbia diviso e animato l’opinione pubblica
come il delitto di Cogne. Ognuno si è sentito in dovere
di dire la sua, molti si sono arruolati nella schiera dei
colpevolisti o degli innocentisti. C’è stato
un eccesso di riflettori. Perché?
Semplice: la comunità ha reagito con ansia di fronte
al dubbio insopportabile che l’assassino di un bambino
di quattro anni non fosse un estraneo, ma sua madre. E in
qualche modo ha voluto anticipare il verdetto. L’ultima
parola sulla morte del piccolo Samuele Lorenzi spetta però
alla magistratura e io mi guardo bene dall’esprimere
un giudizio, seduto qui, in uno studio di psicologo.
Il mio compito è un altro. Provare a spiegare, per
esempio, perché l’uccisione di un bambino riesca
a suscitare un’angoscia collettiva così grande
non appena affiori il sospetto, pur senza prove, che a sopprimerlo
sia stata chi l’ha partorito. La verità è
che questo sospetto ci mette di fronte al più profondo
smarrimento.
In un mondo dove si cerca di spiegare ogni cosa, infatti,
non c’è ancora una risposta definitiva alla domanda:
cosa accade in quei minuti di buio nel cuore e nella mente
di una madre? L’unica certezza che abbiamo è
che l’omicidio di un figlio sia un atto contrario alla
natura. Non a caso si dice “madre snaturata”.
A differenza di molti altri animali, l’uomo è
programmato per accudire la prole fino all’adolescenza
inoltrata, cioè fino a quando i suoi piccoli non raggiungono
l’autosufficienza. In più, l’uomo tiene
in alta considerazione i bambini perché rappresentano
il patrimonio futuro, la continuità della specie. Ecco
perché ci appare mostruoso che a togliergli la vita
sia proprio colei che deve proteggerlo.
Senza contare il pregiudizio che abbiamo nei confronti delle
donne: pensiamo sempre che siano più buone, che non
possano macchiarsi di sangue, come fossero esseri speciali.
Le foto delle torture irachene ci hanno sconvolto in modo
particolare anche perché l’aguzzina era una donna.
Ma le donne sono esseri umani al pari
degli uomini e possono uccidere. Persino i figli. Anzi, sono
soprattutto le donne a sopprimere i propri piccoli.
La society of the prevention of the infanticide, un’associazione
americana, ha elencato i fattori che possono portare all’infanticidio
( uccisione di un neonato subito dopo il parto ) o al figlicidio
( l’omicidio di un bambino dai primi giorni di vita
in avanti ). Si è visto che in questi delitti ricorrono
la giovane età della madre, il suo basso livello d’istruzione
e d’occupazione, la sua dipendenza da alcol o da droghe.
La maggioranza delle madri che uccide lo fa con le proprie
mani: provoca un trauma alla testa del bambino, oppure lo
soffoca o l’annega. E il bambino su cui si accanisce
è sempre il più piccolo della famiglia, cioè
quello con cui per necessità lei ha un rapporto più
stretto.
Ma perché lo sopprime? Cosa avviene nella sua mente?
Un’ipotesi è che il meccanismo sia quello che
in psicoanalisi si chiama transfert: il figlio prende il posto
dell’infelicità della madre, delle colpe del
mondo o del marito assente. Questo, purtroppo, accade dalla
notte dei tempi. La Medea di Euripide fa fuori i figli per
vendicarsi del marito, Giasone, che l’ha abbandonata.
“Per il tuo strazio li uccisi “ gli grida in faccia.
Ancora oggi, se una madre uccide il bambino per vendetta contro
il padre, si dice che è affetta dalla “sindrome
di Medea”.
Spesso queste donne vivono una grande solitudine affettiva.
Inviano segnali della propria infelicità, ma vengono
ignorate.
Punire il partner non è l’unica spinta a uccidere.
Esistono madri che hanno subito violenza fisica e psicologica
da piccole e che riproducono lo stesso tipo di rapporto con
il figlio. Fino alle estreme conseguenze. Alcune vorrebbero
uccidere la madre e invece spostano l’odio sulla prole.
Altre soffrono di grave depressione e uccidono il figlio perché
immaginano un futuro senza speranze per lui e per se stesse.
Una buona parte, infatti, dopo aver ucciso, si suicida.
Non sempre sono omicidi clamorosi, come
quello dei due neonati uccisi nella lavatrice, a Valfurva,
in Valtellina, il 12 maggio 2002 e a Pordenone 17 giorni dopo.
In alcuni episodi, resta il dubbio che sia stato un incidente.
Non mancano casi di donne che elaborano strategie inconsce
di omicidio, senza raccontarsi la verità.
Qualcuna, per esempio, fa cadere il bambino mentre lo allatta
e attribuisce la disgrazia al caso, anzi ne è convinta
lei per prima. Un’altra stende i panni sul balcone con
il figlio in braccio che, d’improvviso, le scivola verso
il vuoto. Ci sono madri che trascurano a tal punto il loro
piccolo da provocarne la morte. Danno al neonato il minimo
di cibo e coperte, ma soprattutto gli negano l’affetto.
Esistono anche donne che somministrano farmaci pericolosi
al figlio e poi lo portano dal medico per far vedere che è
malato e che si preoccupano della sua salute. E’ la
“sindrome di Münchhausen”, dal nome del barone
tedesco che raccontava di aver compiuto avventure mirabolanti,
il bugiardo per antonomasia.
La casistica, però, non basta a risolvere l’ultimo
grande dubbio: le madri assassine sono pazze oppure no? In
molti casi l’ipotesi della follia non regge visto che
nella vita di tutti i giorni non perdono il controllo della
realtà, lavorano, sono attive in ogni senso. Sono donne
profondamente infelici che sono o si sentono sole, abbandonate
e non riconosciute come tali. E’ una condizione pericolosa
perché può portare a condotte lesive della propria
incolumità e di quella dei figli.
Fulvio Scaparro – Psicologo dell’età evolutiva
|