STATI
UNITI TESTIMONIANZA SHOCK
COSI’ AIUTO I MARINES A DISERTARE
Nessuno ne parla, ma sono già migliaia
i soldati che rifiutano di tornare in Iraq. Molti scappano
in Canada, aiutati da quelli che fecero lo stesso ai tempi
del Vietnam. Parla l’avvocato che organizza la fuga
Mentre a Washington si discute di “exit
strategy” per ritirasi dall’Iraq, l’artigliere
Darrell Anderson una via d’uscita l’ha trovata
da solo: dopo sette mesi a Baghdad, nel corso dei quali ha
visto 15 commilitoni morire, ha deciso di disertare. Poiché
ha solo 22 anni ed è un ragazzo coscienzioso, durante
le vacanze di Natale, passate nella casa di Lexington in Kentucky,
ne ha parlato con i genitori. Poi, tre giorni prima della
data del rientro in Iraq, ha noleggiato una macchina e insieme
a un gruppo di amici d’infanzia ha guidato tutta la
notte fino alle cascate del Niagara. Lì ha attraversato
il confine con il Canada: erano le 11 di mattina del 5 gennaio.
Quando le guardie di frontiera sono diventate piccole nello
specchietto retrovisore, Anderson ha tirato giù il
finestrino per respirare l’aria fredda e ha detto: “Sono
di nuovo libero”.
Ad aspettare Anderson in un albergo di Toronto
c’erano i pacifisti conosciuti in una chat room su internet.
Anch’essi americani, un tempo soldati come lui, 35 anni
prima avevano affrontato lo stesso viaggio senza ritorno:
disertori del Vietnam rifugiatisi in Canada, ora aiutano chi
non vuole più combattere in Iraq.
Jeffrey House, avvocato, arrivò nel 1970. A Panorama
spiega che il network pacifista fornisce alloggio e aiuto
legale: “La mia linea di difesa è che costringere
a usare la forza contro i civili, come spesso accade in Iraq,
è una violazione dei trattati internazionali”.
Il primo di una decina di casi simili verrà
discusso a inizio febbraio: se la commissione immigrazione
canadese, un organismo indipendente, dovesse accordare ai
soldati americani lo status di rifugiati, tra Canada e Usa
si aprirebbe una crisi politica. Ma è diverso da quando,
negli anni 60 e 70, 60mila americani scelsero l’esilio
in Canada: la differenza fondamentale è che loro cercavano
di sfuggire alla leva, mentre i soldati che combattono in
Iraq sono professionisti della guerra. Disertare ha meno giustificazioni.
Quello che non cambia è l’istinto di scappare:
dall’inizio del conflitto l’hanno fatto 5.500
soldati americani.
A Darrell Anderson l’idea di disertare
è venuta in combattimento. Era l’aprile 2004
e insieme ai suoi compagni della 2-3 Fa, la sua divisione
di artiglieri, stava difendendo una stazione di polizia di
Baghdad assediata da 200 ribelli: “Un mio commilitone
era già morto quando davanti alla finestra da cui stavo
sparando comparve una macchina con una famiglia di iracheni”
racconta. “Mi dissero di sparare. Io mi rifiutai: “Non
siamo in pericolo”. Ma il comandante non era d’accordo:”La
prossima volta apri il fuoco, altrimenti sono guai””.
A quel punto, Darrell ha cominciato a farsi domande sulla
giustizia della guerra. Diventate ancora più angosciose
quando dal Pentagono è arrivato l’ordine di sparare
sempre in caso di attacco nemico. In uno di questi attacchi
Darrell è stato ferito e ha ricevuto una medaglia Purple
heart al valore. Sa bene che sparare non ha senso, perché
le bombe dei terroristi sono comandate a distanza: “Se
spari colpisci solo gente che non c’entra”.
Pur di non tornare in Iraq c’è
chi prende strade ben più tortuose. Lo specialista
Marquise Roberts si è fatto sparare alla gamba dal
cugino mentre era in licenza a Philadelphia. Il caporale Wassef
Ali Hassoun si è inventato di essere stato rapito dai
ribelli iracheni, è stato punito e poi è sparito
di nuovo. Il sergente Kevin Benderman ha deciso di affrontare
la corte marziale. E Andres Raya, che aveva combattuto a Falluja,
è arrivato a farsi uccidere dalla polizia della sua
città natale, Ceres in California.
Casi estremi che nascondono le defezioni,
ben più ordinarie, che mettono in difficoltà
il Pentagono, costretto dall’emergenza irachena a chiamare
in servizio anche i riservisti. Rock Howell ha lasciato l’esercito
nel 1997, dopo un decennio passato a guidare elicotteri: “Sono
sette anni che non mi addestro: ho 47 anni e una bambina appena
nata: mi considero un civile e non capisco perché sono
stato richiamato” dice. Altri 2 mila riservisti non
si sono presentati nel novembre scorso.
Dei 150 mila soldati in Iraq, circa il 40
per cento sono membri della Guardia nazionale o riservisti:
pur di convincerli a continuare il servizio oltre i 24 mesi
previsti, il Pentagono ha introdotto un bonus mensile di 1.000
dollari. “Le nostre potenzialità stanno degenerando:
siamo un corpo a pezzi” ha ammesso il generale James
Helmely, che comanda il corpo dei riservisti. Ma la crisi
irachena ha costretto il Pentagono a prolungare il servizio
anche di chi aveva concluso il mandato, e otto soldati stanno
facendo causa.
A convincere Anderson a farsi soldato, la
promessa che avrebbe fatto l’infermiere e la convinzione
che l’Iraq nascondesse armi di distruzione di massa.
“Invece mi hanno messo a combattere contro ragazzini
di 14 anni con armi rudimentali” commenta. La paura
della guerra ha lasciato il posto all’ansia per il futuro:
se la commissione canadese gli darà torto, lo aspetta
la corte marziale, se invece gli darà ragione non potrà
più rientrare negli Usa e vedere sua figlia di quattro
anni. “Meglio vivo in esilio che morto in un paese lontano”
dice. A casa ha lasciato anche la medaglia Purple heart: “
L’ho conquistata in una guerra in cui non credo più:
ormai per me quello è solo un pezzo di latta”.
Panorama, 27/01/2005
Mi chiedevo come potessero migliaia
di esseri umani accettare di continuare a sparare e ad uccidere
altri esseri umani, spesso indifesi, spesso innocenti. Quando
li guardi negli occhi, come puoi premere il grilletto? Possibile
che nessuno, ma proprio nessuno abbia mai avuto un ritorno
di coscienza?
Questo articolo, in un certo senso, solleva il cuore da queste
domande che da anni mi perseguitano. Se questi soldati, uccisori
di professione, decidono di scappare e disertare, penso allora,
che là in Iraq la realtà sia ancora più
terribile di quanto si possa immaginare.
Io spero nelle loro coscienze, che si risveglino presto. Perché,
per assurdo, se non ci fossero più soldati, forse i
mandanti delle guerre neppure si scomoderebbero a farsele.

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