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MENO TASSE MA GLI ITALIANI LAVORANO DI
PIU’
PARTE 3
“La verità sta nel mezzo”
dice Cappuccetto Bianco
L’articolo
del Dott. Giampiero Cantoni è di estrema delicatezza.
Trovo che non sbagli nelle sue affermazioni. Egli mi trova
d’accordo nell’affermare che il lavoro è
mezzo e strumento per la realizzazione umana, per affermare
il proprio potenziale, per crescere come persona. Niente
di più vero.
Niente di più
difficile.
Già, perché in questo
periodo storico, come in altri periodi storici, questi
discorsi vengono unicamente solo da una tipologia di persone:
quelle realizzate. Sono coloro che hanno trovato il lavoro
preferito, lo hanno scelto, ha dato loro i frutti, procura
loro da anni, e per tutto il tempo che vorranno, gioia
e piacere. Uomini rari che spesso ci parlano di come è
bello lavorare.
Io sto nel mezzo. Nel senso che
ho sempre pensato che il lavoro fosse il luogo della realizzazione
e della soddisfazione personale, e lo sostengo ancora
più fortemente adesso che ho sperimentato sia cosa
significa fare un lavoro che non ti piace, sia fare un
lavoro che ti piace, sia fare un qualcosa che sembra un
lavoro, non lo è, e ti da una soddisfazione e una
eccitazione enorme.
E quindi capisco entrambe le ragioni.
Ma quale è la seconda di queste due ragioni?
E’ la più frequente e
la più lontana da questi signori che amano e gioiscono
della loro attività. E’ la realtà
di chi lavora per il pane, di chi non ha potuto scegliere,
di chi non può cambiare, di chi non ha gioia in quello
che fa.
Molti uomini e molte donne hanno
dovuto lavorare. E quando cerchi lavoro perché
altrimenti tu non mangi, i tuoi figli non mangiano, i
tuoi genitori e fratelli non mangiano, sicuramente ti
adatti a fare qualsiasi cosa. E in questo “qualsiasi
cosa” c’è tutta la tristezza e l’ineluttabilità
di dover fare qualcosa di brutto, noioso, triste e sicuramente
poco stimolante. Attività in cui spesso la possibilità
di cambiamento è inesistente.
Trovo facile sentirsi soddisfatti
e appagati nell’essere docenti universitari, manager,
scrittori quando si è scelta questa strada e la
si mantiene perché dà soddisfazione. Perché
in queste attività c’è spazio per
trovare la realizzazione del sé. Trovo più
difficile riuscire in questo, materialmente parlando,
in una fabbrichetta a cucire, o davanti a un pc a fare
i videoterminalisti o l’operatore di un call center.
Non siamo ciechi davanti alla realtà
dei fatti. Per uno che gioisce lavorando ce ne saranno
a centinaia che devono trovare un motivo, ogni mattina,
per alzarsi dal letto e raggiungere il proprio posto di
lavoro. Motivo che viene ricercato nella necessità
piuttosto che nella soddisfazione.
Quanto a dire che si lavora per lo stipendio. Ovvero per
mangiare e far mangiare.
Le parole del Dott. Cantoni sono
vere, ma non sono applicabili e applicate alla maggioranza
di lavoratori che fanno un qualsiasi lavoro per dovere.
Lavoro in cui non c’è possibilità
di cambiamento o di scelta. Io pure che ho provato entrambe
le situazioni non mi permetterei di esprimermi in questo
modo: non perché ci siano toni di maleducazione,
ma solo perché queste belle realtà, di fatto,
non sono realtà per la maggior parte di noi. Purtroppo.
Il lavoro è importante.
Ancora meglio se facciamo ciò che ci piace, ciò
che abbiamo scelto, ciò che ci appaga. Ma dobbiamo
essere in grado di comprendere che se anche noi scegliamo
il lavoro come elemento di autorealizzazione di sé,
non necessariamente questa scelta è vera e opportuna
per tutti gli altri. Non credo sia auspicabile una società
di persone che si getta a capofitto nel lavoro. Per quanto
il lavoro possa essere bello e appagante ritengo che non
debba essere l’unica via per gli esseri umani, l’unica
strada per l’elevazione del sè. Dobbiamo
comprendere che le persone possono scegliere di realizzarsi
per altre vie. Dobbiamo comprendere che bisogna lasciare
spazio affinché le persone possano scegliere di
realizzarsi come meglio credono. Non ritengo sia umanamente
corretto imporre di doversi realizzare tramite un preciso
strumento, univocamente determinato. Dire di consentire
di fare un lavoro che piace significa non consentire ai
molti di scegliere di realizzarsi al di fuori del lavoro.
Penso a persone che lavorano sì
per mangiare, ma che si dedicano al volontariato, oppure
a hobby ben precisi, a persone che amano lo studio e la
lettura, a persone che viaggiano e conoscono altri continenti.
Penso a persone che vivono, vivono al di là del
cartellino, per quanto possa piacere fare un mestiere,
magari liberamente scelto.
Parlo di me che non ho scelto il
mio primo impiego e non mi piace ( ma ho dovuto lavorare
), che ho scelto il secondo e mi piace, ma che ho una
terza attività che mi realizza pienamente e mi
“chiama” tutti i momenti della giornata con
un profondo senso di pienezza.
In questo periodo storico italiano,
segnato da continui mutamenti in ordine al sistema pensionistico
mi è sempre sembrato terribile obbligare una persona
a lavorare fino ai 65 anni. Non perché io non pensi
che a 65 anni non si possa ancora lavorare. Penso solo
che chi per 30 anni ha fatto un lavoro che non gli piaceva,
costringerlo a continuare per altri anni mi sembra una
punizione eccessiva. Il permanere al lavoro di più
rispetto ai nostri genitori non sarà grave per
chi trova nel lavoro le più grandi energie quotidiane,
ma sarà distruttivo per chi si sente costretto,
mattina dopo mattina, in un qualcosa di deprimente e/o
faticoso.
Da tempo penso a una società
diversa, a una società non più basata sul
lavoro ( almeno non esclusivamente su quello ), a una
società che parli dei sessantenni come a dei neo
adulti da valorizzare per le grandi competenze che hanno,
a soluzioni diverse da quelle prospettate fino ad adesso
da alcuni pensatori gioiosi del proprio lavoro. Ma questa
è un’altra storia….
Per ora mi limito a dire che chiedere a chi ha schifo,
fatica o tristezza del suo lavoro, di rinunciare anche
solo a due giorni di ferie, è una pretesa irrispettosa
del cittadino. E si dimostra di non conoscere ciò
di cui si sta parlando, ovvero del popolo medio.
Sarebbe bello che la nostra società
fosse composta di persone che fanno il lavoro che piace
e al quale possono dare di più. Ma non è
così. Ed è da questo che dobbiamo partire:
che non è così.
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