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GATE TO CITY OF THE SUN

TAGLIATA L’ALTRA META’ DEL CIELO

LA POLITICA DEMOGRAFICA DEL GOVERNO CINESE SI
RIVELA SEMPRE PIU’ PREOCCUPANTE. I PESANTI LIMITI
ALLA NASCITA DELLE BAMBINE FANNO PENSARE A UN
MONDO SENZA SORELLE. E QUINDI SENZA ARIA NE’ LUCE.

Di Adriano Sofri

Ho scritto tante volte attorno agli sviluppi affascinanti e allarmanti della demografia contemporanea. Vi si mescolano conquiste decisive di libertà ( la possibilità degli umani di decidere della propria paternità e maternità, delle donne soprattutto ) e tentazioni minacciose di invadenza pubblica e statalista. Opportunità meravigliose offerte dalla scienza e tentazioni di manipolazione eugenetica e di capriccio consumista. Un banco di prova arduo è da tempo la demografia cinese, non solo per l’enorme peso numerico dell’umanità di quel paese. La politica di un figlio per famiglia è insieme saggia e insopportabile: sarebbe saggia se fosse consigliata e favorita, è insopportabile, mi pare, quando è imposta duramente e si traduce in una ragione ulteriore e profonda di autoritarismo statale. E’ anche malinconica, perché lo scenario umano che suggerisce è quello di un’esistenza senza fratelli: qualcosa di simile al modello da figli unici che si diffonde, per ragioni diverse, con la caduta della natalità nei paesi ricchi.
Figli unici, sui quali si concentrano magari le attenzioni di quattro nonni. La fraternità si riduce così sempre di più a un valore figurato, perdendo la sua radice naturale. La fraternità scelta può apparire più preziosa di quella ereditata per nascita: ma Antigone sta lì a ricordare quanto sia importante anche il contrario. “ Uno sposo lo si può sempre trovare, un fratello no “.
La complicazione ancora più malinconica e allarmante dello scenario cinese ha proprio a che fare con Antigone, cioè con la sorellanza. Un mondo senza fratelli fa tremare, ma uno senza sorelle perde l’aria e la luce. In Cina una tradizione contadina antica castigava le nascite di bambine, meno utili per il lavoro. Quella tradizione, e la pratica tremenda dell’infanticidio in cui si traduce, non ha fatto in tempo a esaurirsi che si è combinata con le nuove possibilità di scelta del sesso del nascituro offerte dalla scienza. Il risultato è che oggi in Cina ( ma la questione riguarda in modo analogo l’India ) si calcola che ci siano 120 nuovi nati maschi per ogni 100 nate femmine.
Una sproporzione così ampia fra i sessi è senza precedenti nella storia del genere umano. Ho appena letto sul New York Times il resoconto sulla discussione che ha accompagnato l’uscita di un libro di studiosi inglesi dedicato a questo tema e alle sue prevedibili conseguenze. “Bare branches” si chiamano gli uomini eccedenti, gli uomini poveri senza mogli e senza figli: rami spogli, così nel titolo del libro: Le conseguenze sulla sicurezza del surplus di popolazione maschile in Asia. Fra le conseguenze, gli autori indicano una forte instabilità sociale e la probabilità di ribellioni e disordini, un aumento dell’aggressività sociale, e una corrispondente crescita del ricorso statale al militarismo e alla bellicosità.
Già oggi sono arrivati in età adulta ( “in età da matrimonio” ) i figli della nuova demografia. Al deficit di giovani donne da sposare risponde in parte crescente l’offerta che viene da paesi stranieri ancor più poveri: per esempio, per i cinesi, la Corea del Nord. Non è una condizione del tutto nuova, nuovissima è la dimensione. Ciascuno può evocare i precedenti, e seguirne le suggestive lezioni, dal ratto delle Sabine alla chiamata matrimoniale delle donne calabresi nelle valli piemontesi raccontata da Nuto Revelli. Si capisce che l’immigrazione di donne straniere in età da marito depaupera di donne il paese esportatore, a meno che si immagini una nuova economia fondata sulla produzione ( sulla riproduzione ) di neonate femmine da destinare al mercato estero. Qualcosa del genere esiste già, in numeri non ingenti, ma in significato sessuale e culturale e simbolico ingentissimo, fra l’Europa centrale e orientale e quella occidentale. Tuttavia, niente di tutto ciò può bilanciare l’enormità della tendenza demografica cinese o indiana. Si può immaginare una nuova sottoclasse sociale costituita da “drop-out” del matrimonio ( si può perfino temere qualche nuova escursione teorica sui senza moglie come nuovi possibili soggetti rivoluzionari… ).
Le ipotesi sulla crescita di aggressività e di turbolenza sociale e rispettivamente di repressione e militarismo statale non riguardano tanto la controversa differenza “naturale” fra bellicosità maschile e pacifismo femminile, quanto gli effetti di una sproporzione di per sé troppo forte per non risultare nell’inquietudine e nell’insicurezza. Tuttavia, anche il solo dato di un così forte squilibrio quantitativo fra maschi e femmine non può essere sottovalutato. Dopotutto è la Cina ad avere coniato la bella ( troppo bella ? ) figura delle donne come “l’altra metà del cielo”. Riducetela al 40 per cento del cielo, o giù di lì, ed ecco che la poesia lascia il posto all’angoscia.
La politica demografica cinese ha, a quanto pare, allentato un po’ la sua durezza negli ultimi tempi, anche per l’enormità della mobilità interna e delle inurbazioni, la difficoltà di tenere sotto controllo i comportamenti privati, e le deroghe più numerose consentite dalla diffusione di una ricchezza. Ma non basterà a rovesciare la tendenza allo squilibrio. Oltretutto la demografia della denatalizzazione forzata si incontrerà con quella della denatalizzazione scelta. Fra le conseguenze imprevedibili c’è una differenza forte con l’ Occidente ricco, nel quale la longevità femminile è assai maggiore ( benché ci siano segni di una riduzione della differenza ) e lo squilibrio fra maschi e femmine segue la tendenza opposta. Dove le bambine mancano, la legge del mercato vorrebbe che le donne adulte crescessero di prezzo. Non sembra che sia così, per ora. Conviene ricordarsi che per una moglie rubata si fece la guerra di Troia.

Panorama 22/07/2004