UN PIANETA DA DIFENDERE*
Di Mario Tozzi, conduttore di Gaia
LA FINE DEL PETROLIO
Scenari possibili dell’anno 2020
Aumenta il prezzo del barile di petrolio
– e questo tutti lo sentiamo direttamente nella tasche
-, ma ciò dipende solo da una congiuntura particolare?
Cioè, in futuro potrà di nuovo tornare a livelli
sopportabili? La risposta è no, e cerco di spiegare
perché. Di petrolio, intanto, non ce ne è per
sempre. Finora sulla Terra ne abbiamo consumati circa 900
miliardi di barili ( un barile vale circa 159 litri ) e, secondo
l’industria petrolifera, ci sarà petrolio a sufficienza
almeno per i prossimi 40 anni. Ma le cose non stanno proprio
così e la vera domanda da porsi non è quando
saranno finite le scorte, ma piuttosto quando la produzione
comincerà ad assottigliarsi, perché l’ultimo
barile di petrolio di un pozzo è più difficile
da estrarre e costa molto di più del primo. Quindi,
quando finirà il petrolio a buon mercato? Questa è
la domanda che ci interessa.
I ricercatori riscontrano che inevitabilmente, quando si arriva
a circa la metà delle riserve di un giacimento, la
produzione diventa più difficile e costosa ed è
questo che sta esattamente capitando al “giacimento
globale” della Terra: le stime dicono che rimangono
circa 1.000 miliardi di barili ancora in tutto, ma è
un dato da prendere con le molle. Intanto spesso le nazioni
gonfiano le proprie stime sulle riserve per ottenere maggiore
considerazione e credito, poi la produzione viene stimata
erroneamente costante ( se intanto lo si estrae diminuisce,
come fa a dare sempre lo stesso flusso? ), ma, soprattutto
le riserve naturali sono in chiaro declino: l’80% del
petrolio prodotto oggi proviene da campi scoperti prima degli
anni Settanta, che sono, perciò, già ampiamente
sfruttati. E’ poi molto improbabile che si scopriranno
nuovi giacimenti importanti, né è pensabile
che nuove tecniche miglioreranno sensibilmente la produzione:
la roccia non può essere “spremuta” fino
in fondo e quasi la metà degli idrocarburi non possono
fisicamente essere estratti.
Conclusione: o diminuisce la domanda – e la cosa non
sembra realisticamente possibile – o i prezzi saliranno
a livelli tali che la benzina costerà cifre improponibili
per motivi strutturali e non più contingenti. La data
della fine del petrolio a buon mercato è insomma molto
più vicina di quanto non si pensi comunemente o di
quanto l’industria petrolifera lasci pensare, ed è
il 2020. Del resto che la domanda continuerà ad aumentare
si spiega facilmente con un paradosso: se tutti gli abitanti
della Cina volessero guidare una propria automobile ( perché
non due come gli occidentali, poi ? ) sarebbero immediatamente
necessari oltre 60 milioni di barili al giorno in più,
cioè quasi l’intera produzione quotidiana odierna
( 70 milioni di barili ). Il problema non è domani,
è già oggi.
Ma la domanda vera è forse ancora un’altra: non
si tratta di stabilire quando finirà il petrolio, ma
per quanto a lungo dovremo pagare le conseguenze ambientali
e sociali della combustione degli idrocarburi. Perché
è vero che il kilowattora ricavato dall’olio
combustibile costa oggi meno rispetto a quello prodotto per
qualsiasi altra via – escluso forse il gas, che comunque
sempre combustibile fossile è -, ma in quel calcolo
manca del tutto il costo sociale e ambientale, cioè
gli stanziamenti per riparare i danni del riscaldamento globale
della temperatura terrestre dovuti all’effetto-serra
di origine antropica, cioè alle emissioni delle industrie
e dei motori a combustione che sprigionano anidride carbonica.
Quanto ci costa, realmente, bruciare un barile di petrolio?
Quando giriamo la chiavetta di accensione di un’automobile
non la stiamo semplicemente mettendo in moto, in realtà
stiamo distruggendo, in pochi secondi, milioni di anni di
fatiche geologiche per formare quel petrolio che è
poi diventato benzina. Anzi – da un punto di vista energetico
– bruciare benzina per far andare un’autovettura
è un po’ come dare fuoco a mazzette di banconote
da 200 euro per riscaldarsi se fa freddo: funziona, ma forse
c’è un modo migliore di usare quel patrimonio.
La petrolchimica lo ha già indicato da tempo: le molecole
di idrocarburi servono per costruire fibre tessili, vernici,
coloranti, disinfettanti, detersivi, isolanti, adesivi e perfino
alimenti, oltre che l’onnipresente plastica. Questi
processi hanno i loro gravissimi problemi ( a Marghera si
produceva appunto cloruro di vinile polimero, base per le
materie plastiche ), ma sono più sensati che non spostare
1.500 kg di ferraglia per muovere 80 kg di carne.
*UN PIANETA DA DIFENDERE di Mario Tozzi
Primo ricercatore Cnr – Igag e conduttore televisivo
Dalla rivista Consumatori – il mensile dei soci Coop
Ottobre 2004 numero 8
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